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Oki Toshio, uno scrittore di mezza età, desidera ascoltare dal vivo, per la prima volta, il suono delle campane l'ultima notte dell'anno. La motivazione recondita del suo viaggio a Kyoto, tuttavia, è ritrovare Ueno Otoko. Vent'anni prima, i due hanno avuto una travagliata relazione, segnata dalla ferita di una gravidanza interrottasi e dalla successiva separazione. Otoko, che nel frattempo è diventata un'affermata pittrice, sembra ancora profondamente legata al suo vecchio amore. Vive con la giovane allieva Keiko, una figura misteriosa e ambigua, morbosamente attaccata a Otoko al punto da volersi vendicare di Oki. Le pagine di "Bellezza e tristezza" (1965) disegnano un intricato paesaggio sentimentale e incarnano la tipica forma di "romanticismo lirico" che ha reso Kawabata noto in tutto il mondo. Come suggerisce Mishima nella Postfazione, si tratta di un genere letterario romantico, in cui «i contorni fisici degli individui sfumano e le passioni vengono lasciate fluttuare nella loro forma autentica fino a sopprimere il dualismo tra bene e male, al punto che antagonisti e alleati, vivi e morti, si fondono insieme in un'unica, viva tristezza». Ed è proprio da questo comune senso di malinconia che Kawabata riesce a trarre una vivida forma di felicità: tra cupi, opprimenti salti temporali e momenti di struggente imprevedibilità, "Bellezza e tristezza" riflette il doloroso splendore della vita, la fragilità umana che ci accomuna e le conseguenze ineluttabili delle passioni irrisolte.
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